C’è un episodio della Bibbia che mi fa sorridere particolarmente perché ricorda la favola di Pinocchio, e mi fa immaginare un bambino capriccioso che non vuole fare quello che il papà gli chiede. Non vuole non perché sia un compito troppo difficile ma proprio perché non vuole, perché dice: «Uffa, non è giusto, non mi va!». Nello stesso tempo, però, è anche un episodio che, proprio come per Pinocchio, è molto serio e fa molto riflettere.
C’è un momento, nella vita di ogni persona, in cui ci si ferma a guardare indietro e ci si chiede: «Sto andando nella direzione giusta?». È una domanda scomoda, perché per rispondere sul serio bisogna essere onesti con se stessi, e l’onestà, a volte, fa male. Eppure è proprio da quella domanda che può nascere qualcosa di nuovo e di meraviglioso. Se stai leggendo queste righe e non ti consideri una persona religiosa, o se hai sempre guardato al cristianesimo con distacco o diffidenza, ti chiedo solo una cosa: qualche minuto di attenzione sincera. Non per convincerti con la forza delle parole, ma per raccontarti una storia antica che, forse più di ogni discorso, parla ancora oggi al cuore di chi la ascolta. C’era una volta una città condannata, e un profeta che non voleva andarci…
La storia, contenuta nell’Antico Testamento, è quella contenuta nel Libro di Giona, profeta al quale Dio affida un compito preciso: andare nella grande Ninive, capitale dell’Impero assiro, per annunciare che la sua malvagità è arrivata al culmine e che il giudizio divino sta per abbattersi su tutti i suoi abitanti. Giona, però, non ne ha nessuna voglia, non vuole dare, con quella minaccia, un’opportunità di conversione ai niniviti, che reputa troppo malvagi. Così, sale su una nave diretta dalla parte opposta, quasi a voler fuggire dalla presenza di Dio stesso. Ma si ficca decisamente nei guai: una tempesta, un naufragio, tre giorni nell’abisso marino, nel ventre di un grande pesce: pentendosi e invocando Dio riesce a salvarsi da quella situaizione che pareva senza scampo e si ritrova così di nuovo davanti allo stesso compito da cui era fuggito!
Questa volta Giona obbedisce. Entra a Ninive e pronuncia un messaggio breve, quasi brutale nella sua semplicità: ancora quaranta giorni, e la città sarà distrutta. Nessun discorso elaborato, nessuna promessa consolatoria. Solo un avvertimento chiaro, dato a un popolo che di quell’avvertimento non aveva alcun bisogno apparente: Ninive era potente, ricca, sicura di sé, in teoria indistruttibile. Ma è proprio qui che la storia sorprende: il re di Ninive, udito l’annuncio di Giona, non si difende, non minimizza, non accampa scuse. Scende dal trono, si toglie le vesti regali, si veste di sacco e si siede nella cenere, compiendo gesti che esprimono il lutto più profondo e l’umiltà più radicale. Poi ordina che l’intera città, nessuno escluso, faccia lo stesso, cessando la propria condotta iniqua e rivolgendosi con sincerità a Dio, nella speranza che egli si ritragga dal suo furore. A quel punto Dio decide di essere clemente: la città più prospera e temuta, colpevole di violenza, corruzione, ingiustizia, viene risparmiata perché, ha avuto il coraggio di cambiare strada.
Ma qual è il vero significato di questa storia? Il punto essenziale è che Dio guarda al cuore umano ed è severo davanti al male, ma anche pronto a fermare il suo giudizio e a dare una nuova opportunità nel momento in cui riscontra un pentimento vero. Ninive non ha avuto bisogno di riti complicati o di parole raffinate, bensì solo di riconoscere che qualcosa (molto!) doveva cambiare, e di farlo davvero, con i fatti e non solo con le parole. Ecco allora un messaggio che attraversa i secoli rimanendo sempre valido: il giudizio di condanna non è l’ultima parola su chi si volge indietro in tempo. Perché questo accada, però, deve accadere qualcosa di concreto: un cambiamento reale di direzione, quello che le Scritture chiamano ravvedimento.
Si potrebbe pensare che si tratti di una vicenda lontana, legata a un mondo antico che non ha più nulla a che fare con la nostra epoca. Ma non è così, perché la domanda che quella storia pone resta identica: come sto vivendo, e dove mi sta portando la strada che ho scelto? Le Sacre Scritture insegnano che questo mondo, così come lo conosciamo, non durerà per sempre. Gesù Cristo, che è morto e risorto per la salvezza di ogni essere umano, tornerà un giorno non per offrire un’altra possibilità di rimandare, ma per portare a compimento la storia e chiamare ogni persona a rendere conto della propria vita. Quando? Non lo sappiamo. Forse fra secoli, forse oggi. E ciò, proprio come accadde a Ninive, deve indurci al ravvedimento finché ne siamo in tempo.
La buona notizia è che questo tempo, oggi, esiste ancora: «Ecco oggi il tempo accettevole, ecco oggi il giorno della salvezza!» (2ª Lettera ai Corinzi 6:2). Non serve essere perfetti, né avere tutte le risposte, né sentirsi già pronti. Serve solo, come il re di Ninive, smettere di difendere la propria strada quando si capisce che è sbagliata e rivolgersi a Dio con sincerità. È esattamente ciò che la Bibbia chiama conversione: non un semplice cambiamento di opinione, ma un cambiamento di direzione, del cuore, della mente e della nostra vita, che nasce dal riconoscere in Gesù Cristo l’unica via verso la salvezza (Atti degli Apostoli 4:12).
Nessuno può essere costretto a credere, e non è questo lo scopo di queste righe. Ma se dentro di te c’è una domanda che da tempo non trova risposta, se avverti che qualcosa nella tua vita ha bisogno di essere guarito o raddrizzato, sappi che quella domanda non è casuale. Ninive ebbe quaranta giorni. Noi non sappiamo quanti giorni abbiamo davanti a noi, ma sappiamo che oggi è uno di quei giorni.
L’invito, allora, è di non lasciare che questa riflessione svanisca come un pensiero passeggero. Se desideri parlarne, fare domande, o semplicemente conoscere meglio chi è Gesù Cristo e cosa significhi davvero convertirsi a Lui, la porta della nostra comunità è aperta. Non per giudicarti (a quello casomai ci pensa Dio) ma per camminare insieme a te verso quella stessa misericordia che un giorno fu concessa a un’intera città che ebbe il coraggio di cambiare.
«Ravvedetevi dunque e convertitevi, affinché siano cancellati i vostri peccati» (Atti degli Apostoli 3:19).
Remo Molaro



