Dove finisce ciò che vediamo, comincia davvero il nulla?
C’è un racconto, spesso attribuito a una fonte ungherese ma di autore incerto, che una volta letto o ascoltato è difficile dimenticare. È la storia di due gemelli, ancora nel grembo materno, che discutono se esista una vita dopo il parto. Un racconto semplice, quasi infantile, eppure capace di far riflettere chiunque lo legga, credente o no, su una domanda che riguarda tutti: cosa c’è oltre ciò che possiamo vedere e toccare?
Vale la pena leggerlo con calma.
Nel ventre di una madre c’erano due bambini. Uno chiese all’altro: «Credi in una vita dopo il parto?»
L’altro rispose: «È chiaro. Deve esserci qualcosa dopo il parto. Credo che siamo qui per prepararci a ciò che sarà fra un po’.»
«Sciocchezze, non c’è vita dopo il parto. Che tipo di vita sarebbe quella?»
«Io non lo so, ma ci sarà più luce di qui. Forse noi potremo camminare con le nostre gambe e mangiare con le nostre bocche. Forse avremo altri sensi che non possiamo capire ora.»
«Ma no, è assurdo. Camminare è impossibile. E mangiare con la bocca? Ridicolo! Il cordone ombelicale ci fornisce nutrizione e tutto quello di cui abbiamo bisogno. La vita dopo il parto è fuori questione.»
«Beh, io credo che ci sia qualcosa di diverso da quello che abbiamo qui. Forse la gente non avrà più bisogno di questo tubo fisico.»
Il primo si innervosì un po’: «Io invece non ci credo. E poi, se c’è davvero vita dopo il parto, allora perché nessuno è mai tornato da lì? Il parto è la fine della vita, e nel post-parto non ci può essere altro che oscurità, silenzio, oblio, annullamento di tutto.»
«Beh, io non so, ma sicuramente troveremo la mamma, e lei si prenderà cura di noi.»
“Mamma? Tu credi davvero all’esistenza di una mamma? Questo è ridicolo. Se la mamma c’è, allora dov’è ora? Io non la vedo!»
«Lei è intorno a noi. Siamo circondati da lei. Noi siamo in lei. È per lei che viviamo. Senza di lei questo mondo non ci sarebbe e non potrebbe esistere.»
«Beh, io non posso vederla, quindi è logico che lei non esiste.»
«A volte, quando stai in silenzio, se ti concentri ad ascoltare veramente, si può notare la sua presenza e sentire la sua voce da lassù…»
Così uno scrittore ha immaginato di spiegare, con un racconto per bambini, una domanda che in realtà riguarda ogni essere umano adulto: esiste qualcosa oltre questa vita? Ed esiste Qualcuno che ci sostiene, anche se non lo vediamo?
Ci sono essenzialmente due modi di guardare alla vita. Il primo bambino ragiona in modo apparentemente logico: se non vedo, non ho evidenze certe, se non posso dimostrare, allora non credo ad altro. È un modo di pensare che oggi è molto diffuso: si tende a credere solo a ciò che si può misurare, verificare, controllare. Tutto il resto — Dio, un senso ultimo delle cose, una vita dopo la morte — viene considerato una favola nata per consolarsi.
Eppure, guardando bene, anche quel bambino vive intrappolato dentro un orizzonte troppo piccolo per la realtà che lo circonda. Non riesce a immaginare la luce, perché non l’ha mai vista. Non riesce a immaginare la madre, perché non l’ha mai incontrata faccia a faccia. Scambia i limiti della propria esperienza per i limiti della realtà stessa.
Il secondo bambino non ha prove da esibire. Non sa descrivere con precisione cosa lo aspetta fuori. Ma intuisce qualcosa di più grande: che quella vita ristretta non può essere tutto, che c’è una madre che già ora lo circonda e lo sostiene, anche se non riesce a vederla, e che nel silenzio, ascoltando, è possibile percepire la sua presenza.
La domanda riguarda ognuno di noi. Forse anche tu, leggendo queste righe, ti riconosci più nel primo bambino: hai bisogno di prove “scientifiche” e “logiche”, di qualcosa di concreto prima di credere in un Dio che non vedi. È una posizione comprensibile, ma vale la pena farsi una domanda semplice: e se il problema non fosse che Dio non esiste, ma che la nostra prospettiva è ancora troppo limitata per percepirlo, un po’ come quella di un bambino che non è ancora nato?
La buona notizia è che a questa domanda esiste una risposta, e non è affidata soltanto all’intuizione o al sentimento. C’è un punto che rende questa storia diversa da una semplice bella metafora: nella nostra vicenda reale, Qualcuno è davvero tornato a raccontare cosa c’è dall’altra parte.
Parliamo della risurrezione di Gesù Cristo. Non un’idea filosofica, non una favola consolatoria, ma un evento storico attestato da testimoni, che cambia radicalmente i termini della domanda: se qualcuno è risorto dai morti, allora la morte non è l’ultima parola, e la vita “dopo” non è una vaga speranza, ma una realtà accertabile.
«Ma ora Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che dormono» (1ª Lettera ai Corinzi 15:20)
E questo Dio, che quel bambino nel grembo non riusciva a vedere ma di cui intuiva la presenza, non è poi così lontano da noi:
«Egli non è lontano da ciascuno di noi, poiché in lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (Atti degli Apostoli 17:27-28)
Il nostro invito allora è questo: cercare, studiare la Bibbia, non fermarsi alle apparenze. Non credere ciecamente, senza pensare, anzi, il contrario: fermarsi a indagare seriamente, con la stessa serietà con cui affronteresti qualsiasi altra decisione importante della tua vita. La Bibbia non è un libro di favole da accettare per fede ingenua: è un testo che vuole essere esaminato, messo alla prova, confrontato con i fatti. Lo scrittore sacro Luca lodava proprio chi, ricevuto un messaggio su Dio, non lo accettava passivamente né lo rifiutava a priori, ma esaminava le Scritture ogni giorno per verificare se le cose stessero davvero così (Atti degli Apostoli 17:11).
Ti invitiamo a fare lo stesso: a prendere in mano un Vangelo e leggerlo, a porti le domande scomode, a non accontentarti né di un rifiuto sbrigativo né di un’accettazione superficiale. La verità, se esiste, regge all’esame. E se Dio esiste davvero, come intuiva il secondo bambino, allora vale la pena cercarlo con serietà, prima che il tempo per farlo finisca. Anche nell’Antico Testamento leggiamo:
«Se ricercherai il Signore, il tuo Dio, lo troverai, se lo cercherai con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima» (Deuteronomio 4:29)
Proprio come per quei due bambini nel grembo, arriverà un momento in cui il tempo della domanda si chiude e resta solo la realtà, qualunque essa sia. La differenza è che nel nostro caso non dobbiamo aspettare il “parto” (la fine della vita terrena) per scoprirlo: possiamo iniziare a cercare da adesso, possiamo cambiare strada da adesso, ed è questo il significato del ravvedimento e della conversione: la possibilità concreta di voltarsi verso una luce di cui, in fondo, si può già intuire l’esistenza.
Se qualcosa di questa storia ti ha toccato, approfittane. Cerca, leggi, poni domande. La porta per iniziare a conoscere Dio è più vicina di quanto pensi. E se vuoi, noi siamo qui per camminare con te verso la vita eterna che Gesù ci ha promesso.
Remo Molaro



