Qualche giorno fa stavo guardando un video su YouTube. In mezzo alla folla c’era un famoso giocatore di pallacanestro, affiancato da un paio di guardie del corpo. A un certo punto, però, un bambino, piccolissimo in confronto a quel gigante, si avvicinò con passo incerto ma deciso. Cercava la sua attenzione, forse voleva solo salutarlo, forse sognava un abbraccio, una foto, un momento da custodire per sempre. Una delle guardie del corpo si affrettò a fermarlo, convinta che fosse solo un’interruzione, un fastidio da evitare. Ma proprio mentre il bambino veniva allontanato, il giocatore si voltò. Vide la scena. E con un gesto semplice, ma carico di significato, fermò la guardia. Disse di lasciarlo passare. Allora accadde qualcosa di bellissimo…
Il giocatore si abbassò fino a inginocchiarsi, portandosi all’altezza di quel piccolo scricciolo pieno di speranza. Il bambino gli corse incontro, lo abbracciò con tutta la forza che aveva. Lui lo sollevò da terra, lo strinse, gli sorrise. In quel momento non c’erano più barriere, né distanza, né importanza sociale. C’era solo un incontro: il desiderio innocente di un bambino e la disponibilità di un uomo importante a farglisi vicino. Gli occhi del piccolo si spalancarono pieni di meraviglia e i suoi desideri, semplici e puri, furono esauditi. Ebbene, questo breve video mi fece riflettere.
Pensai che c’è qualcosa di profondamente commovente nel vedere un bambino che corre incontro al proprio padre, con le braccia spalancate e il volto illuminato dalla gioia. In quell’istante non esiste altro: il mondo si ferma, il tempo rallenta, e tutto si concentra in quell’abbraccio. È un gesto semplice, istintivo, il bambino corre perché sa, senza alcun dubbio, di trovare accoglienza, protezione, sicurezza. E quando il padre o la madre si abbassano, aprono le braccia e lo stringono a sé, vediamo che in quell’abbraccio non c’è solo affetto, c’è la promessa di esserci sempre, di custodirlo, di sostenerlo, per sempre. È un amore che non chiede nulla in cambio, che non misura, che non trattiene. È un amore che si dona interamente.
In quegli istanti si comprende che l’amore vero non ha bisogno di grandi gesti o discorsi elaborati. Vive nella presenza, nel contatto, nel calore di un corpo che accoglie e di un cuore che si apre. E forse non c’è nulla di più tenero, né di più potente, di questo: un amore che si esprime in silenzio, in un correre incontro e in due braccia che sanno dire, senza parole, “sei al sicuro, sei amato, sei importante”. Queste parole non possono non farci pensare alla scena descritta in questi versetti del Vangelo di Luca 18:15-17.
«Presentarono a Gesù dei fanciulli perché li toccasse; ma i discepoli, vedendo ciò, li sgridavano. Gesù allora, chiamati a sé i fanciulli, disse: “Lasciate che i piccoli fanciulli vengano a me e non glielo impedite, perché di tali è il regno di Dio. 17 In verità vi dico che chi non riceve il regno di Dio come un piccolo fanciullo, non vi entrerà”».
Questi passi biblici ci mostrano un momento di profonda tenerezza e di insegnamento da parte di Gesù. È una scena che tocca il cuore, nella quale l’amore incondizionato del Signore si manifesta in modo cristallino, mettendo in discussione la logica e i pregiudizi del mondo. Immaginiamo la scena: alcuni genitori, con la speranza nel cuore, portano i loro bambini a Gesù, non per chiedere una guarigione miracolosa o un grande insegnamento, ma semplicemente perché li tocchi, perché li benedica.
Però i discepoli, con la loro mentalità, forse un po’ troppo “adulta”, li rimproverano, agiscono come “guardiani” o, come diremmo ora, come bodyguard di Gesù, pensando che i bambini siano un disturbo. È una reazione che riflette una mentalità diffusa anche oggi: quella che considera le cose piccole e apparentemente insignificanti come meno importanti. Ma Gesù, con la sua infinita saggezza e il suo cuore compassionevole, capovolge la situazione. Egli non solo accoglie i bambini, ma li chiama a sé. «Lasciate che i piccoli fanciulli vengano a me e non glielo impedite, perché di tali è il regno di Dio».
Le sue parole risuonano come un inno alla semplicità e all’innocenza, sono un invito a non ostacolare i bambini che in questo momento desiderano conoscere Gesù, oltre che una dichiarazione radicale sul regno di Dio. In sostanza, Gesù ci dice che il regno non è per i sapienti, i potenti o i perfetti, ma per coloro che hanno un cuore come quello di un bambino. Cosa significa avere un cuore da bambino? Significa avere umiltà, perché un bambino non ha la pretesa di sapere tutto. Si fida, chiede, e si lascia guidare.
Allo stesso modo, per entrare nel regno di Dio dobbiamo abbandonare la nostra autosufficienza e affidarci completamente a Dio. E significa avere fiducia, perché i bambini si fidano ciecamente dei loro genitori. Non si chiedono se il loro amore sia vero o se le loro promesse siano sincere. La fede nel regno di Dio richiede lo stesso tipo di fiducia incondizionata. Significa, ancora, essere dipendenti, perché un bambino sa di non potercela fare da solo. Ha bisogno di aiuto, di cura, di protezione. Riconoscere la nostra dipendenza da Dio è il primo passo per entrare nella sua grazia.
Questa verità è ribadita in altri passaggi della Bibbia. Nel Vangelo di Matteo 18:3-4 Gesù dice: «In verità vi dico che se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Chiunque pertanto si umilierà come questo fanciullo, sarà il più grande nel regno dei cieli». E in Marco 10:14-15, un versetto parallelo a quello di Luca, leggiamo: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite, perché il regno di Dio è di chi è come loro. In verità vi dico: chi non riceve il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà».
Il messaggio di Gesù è chiaro e commovente: la porta del regno non è custodita da intellettuali o da persone “grandi” e “perfette”, ma è aperta a chiunque si avvicini con la semplicità, l’umiltà e la fiducia di un bambino. Egli ci invita a riscoprire quella parte di noi che non ha bisogno di grandi meriti o risultati per essere degna d’amore, quella parte che sa semplicemente accogliere il dono di Dio con un cuore puro e fiducioso.
Il racconto dei bambini benedetti da Gesù ti ha fatto riflettere su qualche aspetto della tua fede? Ci auguriamo che questa scena resti davanti ai tuoi occhi come un invito del Signore. Fermati un momento e domandati: come mi avvicino io a Gesù? Con le mani piene di certezze, di ruoli, di meriti da esibire… o con le mani vuote di un bambino che sa solo tendere le braccia?
Chiediti se, nel tempo, non hai preteso di controllare tutto e spiegare tutto, perfino Dio. E prova, per un istante, a deporre quella fatica. Immagina di correre verso di Lui senza paura, senza difese, senza parole preparate. Solo tu e il tuo bisogno d’amore. Rifletti su questo: di chi ti fidi davvero? Delle tue forze o della Sua promessa? Un bambino non analizza l’abbraccio: si lascia prendere.
Forse oggi Gesù ti sta dicendo proprio questo: non serve essere più forti, più giusti, più “adulti” nella fede. Serve tornare capaci di fidarsi totalmente di lui, in ogni momento e per ogni situazione della nostra vita.
Remo Molaro



