«Ricordati che devi morire»

«Ricordati che devi morire!» / «Come?» / «Ricordati che devi morire!!» / «Va bene…» / «Ricordati che devi morire!!!» / «Sì, sì, mo’ me lo segno, non vi preoccupate».

Chi non ricorda questo esilarante dialogo tra un frate predicatore e Massimo Troisi nel film-cult del 1985 Non ci resta che piangere? Tuttavia, al di là della riuscitissima battuta e della satira nei confronti di una certa ossessione per la morte, di stampo “medievale”, quell’ammonimento ce lo dovremmo davvero «segnare». Magari assieme ad un principio parimenti trascurato: il timore di Dio, che non per caso la Bibbia definisce «principio di ogni sapienza» (Proverbi 1:7). Pensiamo bene a quante cose della nostra vita individuale, famigliare e sociale assumerebbero una prospettiva assai diversa se, mentre godiamo – ci mancherebbe, è cosa del tutto lecita e consigliata – delle gioie, delle bellezze e degli splendidi doni che la vita sa offrirci, avessimo sempre presenti tanto la inevitabile caducità del nostro passaggio terreno, quanto la concreta possibilità di ritrovarci presto a rispondere a Dio del nostro modo di agire.

Invidie, bugie, insulti, disonestà, desideri smodati, furti, competizioni sfrenate, sete di ricchezza e di potere, perversioni, soprusi, inganni, violenze… Ebbene, giammai una persona veramente consapevole del fatto che ogni giorno può essere l’ultimo della propria vita – una vita di cui dovrà rendere conto – si lascerà andare a cose simili, senza cercare di emendarsi.

Il problema se lo dovrebbero porre a maggior ragione coloro che ricoprono ruoli di governo, giacché alle loro azioni seguono effetti peggiori e talora devastanti, come vediamo accadere anche nella nostra “civile” Europa (pubblichiamo questo articolo mentre divampa una terribile guerra in Ucraina). Un brano biblico dice: «Chi governa con timore di Dio è come la luce del mattino senza nubi al sorgere del sole, che fa scintillare dopo la pioggia i germogli della terra» (Secondo libro di Samuele 23:3-4); ma che dire di chi, pur di conquistare senza scrupoli ricchezze, potere e fama, governa senza timore di Dio, agendo come se dovesse vivere chissà quanto e come se non dovesse mai pagarne le conseguenze, dimenticandosi che tutti gli esseri umani – siano essi di “basso” o dl “alto” rango – rimangono «meno di un soffio» (Salmo 69:10 – si legga anche Lettera di Giacomo 4:14)? Polvere siamo e in polvere dobbiamo tornare (secondo l’antico, ma ancora mai smentito principio enunciato in Genesi 3:19). «Nulla nel mondo abbiamo portato e nulla possiamo portarne via» (Prima lettera a Timoteo 6:7) e anche l’uomo più ricco e potente, alla fine, «nudo se ne andrà, com’era venuto» (Ecclesiaste 5:15).

Dicendo queste cose rischiamo di fare la figura di quel frate predicatore nel film da cui siamo partiti. Nondimeno occorre, al di fuori della finzione e della comicità filmiche, recuperare almeno in parte sia quell’insistenza solo apparentemente anacronistica sulla fragilità della nostra vita sia l’imminente prospettiva di essere ritenuti irrevocabilmente responsabili delle scelte operate. In fondo, basterebbe questa “semplice” domanda di Gesù: «Che giova all’uomo se guadagna anche tutto il mondo e poi perde la propria anima?»; già, perché Dio «renderà a ciascuno secondo il suo operato» (Matteo 16:26-27). Infine, sempre Gesù narrò la storia di un uomo che aveva fatto una tale fortuna da non sapere neppure più né dove riporre le proprie ricchezze né come utilizzare la propria influenza; quel tale fece allora piani molto “saggi” e precisi per espandersi ancora, di più, sempre di più, e starsene al sicuro per sempre… «ma Dio gli disse: Stolto, questa stessa notte la tua vita ti sarà ridomandata, e ciò che hai preparato di chi sarà?» (Vangelo di Luca 12:20). Ecco, per l’appunto: «stolto» chiunque ragiona e vive come se potesse farlo per sempre su questa terra, o come se finisse tutto qui, o come se non ci fosse mai un Giudizio.

Valerio Marchi

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