Da settembre ad aprile 2025 Aquileia ospita la mostra internazionale “Il Vangelo di Marco. Sette secoli. Tre frammenti. Un racconto europeo”, allestita a Palazzo Meizlik. Visitandola, è possibile vedere riuniti, dopo un lunghissimo periodo, i frammenti di Praga, Venezia e Cividale di un prestigioso codice del VI secolo, un tempo interamente custodito nella città dei Patriarchi, considerato una preziosa reliquia. L’iniziativa, che offre al pubblico un notevole capitolo di storia europea politica e religiosa, focalizza sia le vicende del Libro in oggetto (e del Codex Forojuliensis di cui esso faceva parte) sia aspetti quali la figura dell’evangelista Marco, la tradizione marciana e il ruolo centrale di Aquileia nel periodo tardoantico e medievale. Non solo, ma è possibile osservare altre pregevoli opere e usufruire di un’installazione interattiva, una sala immersiva, un utile catalogo e itinerari nei luoghi della vicenda marciana.
Si tratta perciò, senza dubbio, di un’iniziativa culturalmente importante, di una storia da conoscere, di oggetti da ammirare, di un’esperienza da fare. Nondimeno, auspichiamo che l’occasione possa essere propizia anche ad un altro livello, perché il Libro di Marco esposto è un manufatto prezioso dal punto di vista storico, certo, ma se consideriamo lo scopo di generare e fortificare la fede, ovvero ciò che si era prefisso l’evangelista nel I secolo d.C., lo è molto di più nei contenuti. Contenuti che, oltretutto, sono facilmente fruibili grazie anche a semplici edizioni economiche o addirittura gratuite odierne, cartacee o digitali, alla portata di tutti. Sarebbe una gran cosa, dunque, se iniziative come quella di Aquileia riuscissero a stimolare un interesse serio e concreto per il messaggio del Libro di Marco, spingendo la gente ad avvicinarsi o riavvicinarsi personalmente e concretamente al suo protagonista: Gesù Cristo.
A questo fine basterebbe considerare il significato della parola “vangelo”, che deriva dal greco euanghélion e significa “buona notizia, buon annuncio”. Attenzione, però: non si tratta di una buona notizia come tante altre, più o meno notevoli che siano (una giornata fortunata, un buon contratto di lavoro, la possibilità di una bella vacanza, la guarigione da una malattia, la nascita di un bambino…), perché il significato originario, legato alla propaganda politica e religiosa dell’Impero Romano, è molto forte.
Nel mondo ellenistico e romano, infatti, il termine euanghélion faceva parte di un preciso linguaggio di Stato. Lo si usava infatti per annunci di eventi molto importanti (ascesa al trono, nascita di un erede al trono, grande vittoria militare che sbaragliava i nemici e arrecava pace, ordine, prosperità…) e generalmente in relazione a un imperatore, considerato un essere divino. Scegliere, dunque, quella parola per annunciare l’avvento e l’opera di Cristo era come dire che la vera notizia che può cambiare in meglio le nostre vite non viene, ad esempio, da Roma e dal suo Cesare, bensì da Gesù di Nazareth!
Si trattava, insomma, di una vera e propria sfida al potere e al culto imperiale: però non sul piano militare, è chiaro, ma sul piano spirituale. Vale a dire: Dio si è fatto uomo in Cristo, portandoci il suo amore e il suo Regno (la prima frase di Gesù riferita da Marco 1:15 è questa: «Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino: ravvedetevi e credete al vangelo [a questa buona notizia]», indicandoci la via della salvezza, sacrificandosi per noi e offrendoci il perdono dei peccati.
Già il peccato, il nostro vero nemico, sconfitto il quale, grazie al Signore, troviamo la direzione giusta: la comunione con Dio, il perdono, la verità, la vera pace, la vita eterna. Purtroppo, però, la grande maggioranza di chi oggi vive in un paese di tradizione cristiana questo non lo sa, oppure lo sa ma dimostra scarso o nullo interesse. Eppure, oggi più che mai, in uno scenario locale, nazionale e mondiale che ci “bombarda” quotidianamente con una quantità enorme di fatti e notizie che spaziano dall’inquietante al tragico, una buona notizia come quella appena considerata è immensamente preziosa!
Proprio così: la notizia tramandataci da Marco (e, ovviamente, anche dagli altri evangelisti: Matteo, Luca e Giovanni, che a quanto risulta presero le mosse proprio da Marco) si presenta come la più eccellente, come quella che meriterebbe il classico “titolo a nove colonne” in prima pagina, e anche molto di più. Ma abbiamo mai provato a conoscerla, ad apprezzarla, a farla diventare parte integrante della nostra vita? Insomma, perché mai, mentre si parla (ma spesso si straparla) delle radici cristiane del nostro paese (e dell’Europa), non si dovrebbe provare a tornare concretamente alle radici del cristianesimo?
A questo fine, la testimonianza di Marco è l’ideale, è vicinissima al Gesù storico, quello che visse in Terra Santa fino ai giorni della crocifissione, della risurrezione e dell’ascensione al cielo, e il suo stile è straordinariamente efficace: essenziale (oggi forse diremmo giornalistico, da navigato reporter), preciso, coinvolgente (basti provare a leggerlo tutto d’un fiato, prima di soffermarcisi punto per punto) e provocatorio (nel senso migliore dell’espressione).
In Marco 6:36 leggiamo di quando Gesù «vide una grande folla, e ne ebbe compassione, perché erano come pecore senza pastore; e prese a insegnare loro molte cose». Questo brano, se guardiamo alle “folle” odierne, è più che mai attuale: c’è un disperato bisogno che il Vangelo, nei suoi contenuti, non sia per noi una reliquia da esporre al pubblico, ma un insegnamento da riscoprire “a tu per tu” per farci condurre da un Pastore che, a differenza di tanti altri, è infinitamente affidabile.
Valerio Marchi



