“… e vieni in una grotta?”

Il presepe, Gesù bambino nella grotta. Chi può togliere questa rappresentazione (celebrata anche da un famoso canto natalizio) dall’immaginario popolare, dopo tanti secoli? Già dal secondo secolo d.C., d’altronde, Giustino Martire mise in campo l’ipotesi che il Signore fosse nato in una spelonca; tale ipotesi fu poi sostenuta ad intervalli anche da celebri scrittori cristiani come Eusebio e Girolamo nei secoli immediatamente successivi. C’è da dire, però, che altri (altrettanto celebri), come ad esempio Cipriano e Niceforo, sostenevano la tesi secondo cui Gesù era nato in un edificio costruito da uomini (anche perché di quella eventuale grotta l’evangelista Luca, pur prodigo di particolari nel capitolo 2 del Vangelo da lui scritto, non ne parla). La famiglia di Gesù giunse ad uno stabile nel quale si ospitavano coloro che erano in viaggio verso Gerusalemme e non trovò posto negli spazi preparati per le persone; annesse a questi stabili (praticamente caravanserragli, luoghi recintati protetti da tettoie dove si ricoverano le carovane per la notte o il riposo) vi erano stalle per accogliere il bestiame dei viaggiatori, e in tali stalle, in caso di sovraffollamento, potevano trovare accoglienza anche i proprietari di tali animali, ed ecco il motivo per cui Gesù, appena nato, fu posto in una mangiatoia. Assolutamente improponibile, poi, è che Gesù posa essere nato nella grotta sotterranea, sottostante la cosiddetta chiesa della Natività a Betlemme (meta di tanti pellegrinaggi), nella quale non si sarebbe potuto accedere se non dall’alto (con cammelli, asini, ecc..!).

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