Croce e risurrezione: la via per l’eternità.

Furono i Romani a introdurre la crocifissione, di origini fenicie, in Palestina, provincia romana dal 6 d.C. Nella capitale dell’Impero si comminava quella orribile pena capitale – in genere preceduta da un’altra tortura atroce, la flagellazione – a schiavi, sovversivi e stranieri. In Palestina colpiva i condannati a morte privi di cittadinanza romana e sentenziati per i reati più gravi. Cicerone la definì «il supplizio più crudele e raccapricciante»

V’erano tre tipi di croce, quella a T, quella greca a X e quella latina (la più comune, chiamata immissa o capitata), sulla quale fu appeso Gesù di Nazareth: il palo verticale, più lungo (stipes), era di solito già piantato in terra, mentre quello orizzontale (patibulum) veniva aggiunto in un secondo momento, in genere dopo avervi inchiodato e/o legato ai polsi il condannato. Circa a metà dello stipes poteva essere posto un sedile, su cui poggiava a cavalcioni la persona crocifissa, onde evitare che mani o polsi trafitti si lacerassero per il peso del corpo; un’altra ipotesi è che i piedi venissero inchiodati uniti ad un poggiapiede (suppedaneum).

Lo stipes era piantato in un luogo bene in vista, frequentato o facilmente raggiungibile, affinché la pena avesse un effetto esemplare e deterrente. Alcuni soldati (solitamente quattro, comandati da un centurione che, fra le altre cose, doveva constatare la morte della vittima) prendevano in consegna il cruciarius e lo scortavano al luogo dell’esecuzione dopo avergli posto sulle spalle il patibulum, mentre la tavoletta (titulus) recante gli estremi del reato poteva essergli appesa al collo, se non era portata da un incaricato. Lungo il cammino, il condannato era sottoposto ad ogni sorta di angherie, scherni e insulti da parte della gente, e le molestie continuavano anche quando, probabilmente del tutto nudo, veniva issato sullo stipes, al quale si fissava il patibulum; in genere i piedi si fissavano con un chiodo solo, oppure con uno per caviglia, forse ai lati del palo verticale.

Il condannato poteva rimanere anche a lungo in quella posizione, fra atroci tormenti. La morte avveniva per dissanguamento, febbre, disidratazione, soffocamento, infarto, infezione e altre cause. I carnefici potevano in alcuni casi accelerare il decesso, in genere spezzando i femori del crocifisso (crurifragium, cosa che i soldati romani avrebbero fatto anche con Gesù, se non fosse morto prima: e così – secondo il Vangelo di Giovanni – si realizzò una profezia del Salmo 34).

In origine il cadavere, prima di essere rimosso, rimaneva sulla croce a decomporsi, e cani o uccelli potevano dilaniarlo. Tuttavia, a partire da Augusto, nel I sec. d.C., le autorità potevano permettere ad amici o parenti di prelevare il corpo prima di quello scempio.

La sepoltura

All’epoca e nei luoghi di Gesù, il corpo del defunto veniva lavato e avvolto in fasce con aromi profumanti e antisettici, quali misture di mirra ed aloe, e le salme venivano collocate, nel giorno stesso della morte, in fossati o spelonche nei pressi dei centri abitati. Le famiglie meno abbienti, invece, inumavano i morti posando in genere sul terreno la bara, che veniva poi ricoperta di terra e/o di calce e circondata da pietre. Erano infatti le persone più altolocate che possedevano sepolcri scavati nella roccia. Da lì, in seguito, le ossa rimaste venivano rimosse e poste in vasi di pietra.

In simili tombe v’era in genere una camera funeraria di uno o più loculi (uno solo, pare, nel caso di Gesù) che ospitavano la salma ed erano generalmente preceduti da un atrio comunicante tramite un uscio stretto. L’atrio veniva sbarrato verso l’esterno con una grossa pietra circolare, che poteva essere fatta scorrere lungo un canaletto. Tale pietra, nel caso di Gesù, era stata altresì sigillata, ossia erano state tese lungo la roccia alcune corde, fissandone i capi alle pareti del sepolcro con sigilli, per garantire l’inviolabilità del luogo: ciò avvenne – come narra il Vangelo di Matteo – in seguito alla richiesta rivolta a Pilato dai capi dei sacerdoti e dai farisei, secondo i quali i discepoli di Gesù avrebbero potuto rubare il corpo del Signore per far credere che fosse risorto.

Il fatto, poi, che Gesù sia stato posto in un sepolcro per benestanti, viene spiegato da tutti e quattro i Vangeli con l’iniziativa di Giuseppe di Arimatea, uomo ricco e devoto, che ottenne da Pilato il corpo del Maestro e lo collocò nel tumulo nuovo predisposto per il giorno della propria sepoltura. Così facendo si compì – sempre nell’ottica cristiana – una profezia contenuta nel capitolo 53 del libro biblico di Isaia (VIII sec. a.C.).

Il corpo del Risorto

L’inizio degli Atti degli Apostoli, il libro neotestamentario scritto dall’evangelista Luca, riferisce che Gesù, dopo la sua risurrezione e prima di salire al cielo, si presentò ai discepoli «con molte prove convincenti», mostrandosi più volte nell’arco di quaranta giorni.

Ora, in alcune circostanze egli non veniva riconosciuto subito dall’aspetto, salvo essere identificato in un secondo tempo; sembrava una persona diversa, ma compiva gesti che gli erano abituali, parlava e mangiava; appariva e scompariva in luoghi diversi, senza più limiti spazio-temporali, e passava attraverso porte chiuse e pareti: così offriva ai testimoni oculari prove della sua identità terrena, affinché fosse accertato che quel corpo era sì il suo corpo, ma era ormai anche qualcosa di diverso, trasformato, adatto per passare da questa dimensione a quella ultraterrena.

I redenti che risorgeranno sulla scia di Cristo – sempre stando al Nuovo Testamento – conserveranno la loro identità, ma con un corpo idoneo ad una nuova realtà (su questo aspetto si dilunga Paolo nel quindicesimo capitolo della prima lettera ai Corinzi): da un corpo terreno, fatto per vivere quaggiù e destinato a corrompersi (la polvere deve tornare alla polvere…), si passerà ad uno tangibile, sì, ma al tempo stesso “spirituale”, incorruttibile, fatto per vivere «nei cieli», vale a dire in una sfera dell’esistenza del tutto diversa da quella nostra attuale.

Avvicinarci al Vangelo significa concretamente abbracciare questa entusiasmante prospettiva: perché mai non dovremmo farlo, allora?!?

Valerio Marchi

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