Sul “Padre nostro” (1)

«Padre nostro, che sei nei cieli…»: chi non conosce questa preghiera? È la preghiera-modello che Gesù insegnò ai discepoli quando essi gli chiesero: «Signore, insegnaci a pregare», e tutti l’abbiamo prima o poi recitata e/o sentita recitare. Diciamo recitare perché, in effetti, si è abituati ad una ripetizione mnemonica, quasi meccanica. Non vogliamo dire che sia in assoluto vietato ripetere quell’esempio di orazione così com’è; sicuramente, però, non era questo ciò che Gesù stava insegnando, come è dimostrato da alcuni fatti. Innanzi tutto, nel Nuovo Testamento troviamo molti casi di preghiere fatte da Apostoli e Cristiani in genere, ma mai una volta vediamo qualcuno di loro dire il “Padre nostro” a memoria, frase per frase, parola per parola; troviamo piuttosto varie preghiere (semplici, profonde, ricche e concise al tempo stesso), sempre diverse, adattate alle circostanze, modellate sulle esigenze del momento. Gesù, insomma, ha insegnato un modo di pregare, e non una filastrocca, una tiritera, così come viene spesso proposta (non di rado, anche ripetendola varie volte di seguito e senza pensare più di tanto a ciò che si dice, come se le parole avessero in sé una sorta di potere magico). D’altronde, se la vera preghiera è dialogo fra un figlio (il Cristiano) e il proprio Padre celeste, ve lo immaginate un figlio che, quando si avvicina al padre, gli ripete sempre le stesse frasi imparate a memoria? Lo avete mai fatto con vostro padre? E che direste se lo facesse con voi vostro figlio? Un vero dialogo è fatto di frasi sentite, chiare, partecipate, spontanee, che sgorgano dal proprio cuore in modo ragionato e naturale al tempo stesso (perché «la bocca parla dall’abbondanza del cuore»:Matteo 12:34), sempre poste in rapporto alle situazioni contingenti, che non sono mai una uguale all’altra. D’altronde, lo stesso Gesù ha detto: «Nel pregare, non usate inutili ripetizioni come fanno i pagani…» (Matteo 6:6).

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