Il senso della nascita di Cristo

“Natale” significa “giorno della nascita” e, come tutti sanno, la ricorrenza che porta questo nome si rifà idealmente alla nascita di Gesù; tuttavia, le radici pagane del Natale non sono di certo un mistero…

Occorre considerare, innanzitutto, questi fatti: il Nuovo Testamento (ovvero la sezione della Bibbia che raccoglie gli scritti cristiani ispirati da Dio, e dunque i più autorevoli oltre che i più vicini all’epoca di Gesù) non dice nulla in proposito; i primi cristiani non conobbero alcuna celebrazione natalizia, che difatti – ribadiamolo – non fu mai ordinata né praticata in epoca apostolica; peraltro, non conosciamo né il giorno né il mese né l’anno in cui Gesù venne al mondo; infine, i calcoli fatti dal monaco Dionigi il Piccolo nel VI secolo dopo Cristo per stabilirne il giorno natale sono sbagliati di qualche anno, e per questo ci troviamo nella singolare condizione di dire che, dal punto di vista storico, Gesù di Nazareth è nato… avanti Cristo! 

E il 25 dicembre, allora?!? Ebbene, nell’antichità quella data, legata al solstizio d’inverno, celebrava la vittoria del dio Sole sulle tenebre e si ricollegava anche al dio Saturno (il sole rinato era segno dell’avvicinarsi della primavera con i suoi nuovi frutti, ed era usanza scambiarsi doni tra amici e parenti). Il sole venne ad un certo punto legato alla figura del Messia atteso dal popolo ebraico (il «sole di giustizia» di cui parla il profeta Malachia 3:20-21) e identificato dai cristiani con Gesù: ma l’abbinamento di quel passo biblico con il culto pagano non fu altro che una delle tante commistioni fra paganesimo e cristianesimo: e non tanto una “cristianizzazione” del paganesimo, si badi, quanto piuttosto una “paganizzazione” del cristianesimo!

Alla ricorrenza del 25 dicembre, inteso come giorno (leggendario, ormai lo si sarà capito) della nascita di Gesù, si aggiunse, in particolare da Dionigi il Piccolo in avanti, l’idea di stabilire uno spartiacque nella periodizzazione storica, distinguendo fra prima e dopo Cristo (il 1° gennaio sorse da un’esigenza di razionalizzazione: iniziare l’anno con il primo giorno del mese successivo a dicembre). Un lungo percorso ha portato infine a quel calendario gregoriano che ci è familiare (ma non è così ovunque, c’è ancora chi adotta il calendario giuliano o altre tipologie di calendario).

I cristiani, in realtà, non dovrebbero riferirsi alla nascita di Gesù e alla periodizzazione “a.C./d.C.” con una valenza collegata solo a convenzioni storico-pratiche, e tanto meno dovrebbero mescolare il significato dell’ingresso nel mondo della «Parola fatta carne» (ovvero Gesù: Vangelo di Giovanni 1:14) con usanze – di cui il Natale abbonda – che sono del tutto estranee alla fede in Cristo. La messa a fuoco dovrebbe avvenire invece sul tempo inteso nella sua natura qualitativa e sul senso dell’esistenza in un’ottica escatologica, vale a dire proiettata verso i destini ultimi dell’umanità e di ciascuno di noi.

Nella prospettiva del Vangelo, la nascita di Cristo è avvenuta nella «pienezza del tempo» (o «dei tempi» – Lettere ai Galati 4:4, agli Efesini 1:8-10, agli Ebrei 9:26), il che significa nel momento storico propizio per la realizzazione del disegno di salvezza di Dio: una svolta decisiva a favore potenzialmente di tutti, ma concretamente solo di chi regola la propria vita su un prima e un dopo aver conosciuto Cristo. Parliamo, dunque di conversione, di un cambiamento di rotta nella nostra vita, di un «uomo vecchio» che deve lasciare il posto a un «uomo nuovo»: proprio così si esprime l’apostolo Paolo nella Lettera ai Colossesi 3:9-10. Anche Gesù, d’altronde, invita tutti noi ad una “nuova nascita”, diciamo ad un nostro “natale” in senso spirituale: «Se uno non nasce di nuovo non può vedere il Regno di Dio», ci dice infatti nel Vangelo di Giovanni 3:3.

Se la nascita di Gesù non ci spinge a vedere da un’angolazione nuova noi stessi e il mondo, per vivere di conseguenza, il bambinello nella mangiatoria ispira solo una passeggera tenerezza e “a.C./d.C.” rimane soltanto una fredda indicazione cronologica.

Valerio Marchi

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