Gesù, durante il suo passaggio su questa terra, come è noto a tutti, credenti e non, predicò attraverso l’utilizzo di molte parabole. Nei Vangeli ne troviamo, infatti, una quarantina.
Ma cosa sono le parabole?
Dal punto di vista dell’etimologia, Il termine “parabola” deriva dal greco parabolè, letteralmente “mettere accanto”: quindi fa riferimento a un confronto, un paragone. Quindi, le parabole sono in primis racconti molto brevi, anche di pochissime righe, che esprimono una similitudine fondamentale al loro interno.
Un’altra domanda è: su cosa si basano?
Su aspetti concreti della vita quotidiana, quadretti di vita lavorativa, avvenimenti legati al mondo naturale: insomma, su tutto ciò che è facile da concepire, da immaginare e da comprendere per gli uomini.
Le parabole hanno, di conseguenza, sempre un significato molto semplice e immediato da cogliere, ma, allo stesso tempo, uno più profondo: è proprio qui che si “nascondono” gli insegnamenti e i principi fondamentali che Gesù intendeva (e intende ancora) trasmettere.
Ma perché proprio le parabole?
Perché insegnano in modo “pratico” l’essenza del Vangelo, andando dritte al punto, permettendo al Signore di veicolare concetti centrali del suo messaggio anche senza prediche lunghe, di coinvolgere maggiormente chi ascoltava (e chi legge la Bibbia ancora oggi), spingendoci a riflettere personalmente.
Non solo, ma le parabole sono anche la realizzazione di una profezia (di secoli prima), quella che leggiamo al Salmo 78:2: «Io aprirò la mia bocca per esprimere parabole, esporrò i misteri dei tempi antichi», ripresa in Matteo 13:35. Esse rappresentano il compimento di qualcosa di predetto, e perciò la manifestazione, di un progetto più grande, irraggiungibile per il pensiero umano.
Emerge una duplice funzione di questi racconti. Da un lato essi rendono accessibili principi complessi, semplificano e rendono alla portata di tutti alcuni aspetti ineffabili, difficilmente immaginabili per l’uomo. Dall’altro non danno risposte già pronte, ma chiedono uno sforzo di comprensione, spesso uno schieramento all’interno delle storie e una riflessione personale per cogliere il loro significato più profondo, l’essenza del messaggio.
E ancora: quello che si trae (o non si trae) dalle parabole può anche cambiare anche da persona a persona, in base alla sensibilità, all’estrazione culturale, al carattere e al vissuto dei singoli, oltre al tempo che vi si dedica. Marco 4:33 ricorda: «Con molte parabole di questo genere esponeva loro la parola, secondo quello che potevano intendere»: da questo passaggio non solo capiamo che anche gli apostoli (e quindi anche noi oggi) non comprendevano sempre a fondo tutti i significati che Gesù voleva veicolare, ma anche che la stessa parabola può colpire persone diverse in modi diversi, portare qualcuno a considerare maggiormente alcuni aspetti piuttosto che altri. Sono quindi testimonianze della ricchezza del testo biblico, che in pochissime righe può nascondere tantissimo. Ce ne rendiamo conto quando le leggiamo e rileggiamo più volte: in prima battuta veniamo colpiti da un principio particolare, poi da altri; e quando ci ritorniamo a distanza di tempo, capita di cogliere elementi che mesi o anni prima non avevano neanche sfiorato la nostra mente.
Le parabole sono altresì dei testi senza tempo, sempre attuali o attualizzabili, perché anche se raccontate migliaia di anni fa possono influenzare il nostro pensiero e il nostro modo di vivere ancora oggi.
Samuele Meton



