Viviamo in un tempo in cui secoli di storia e di progresso stanno producendo più diffidenza che stupore di fronte alla potenza dell’Incarnazione. Un’affermazione provocatoria dell’apostolo Paolo sul senso della missione di Cristo è utile come spunto di riflessione su quanto Dio ha fatto per l’uomo e su cosa c’entri ognuno di noi in tutto questo.
«Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo? […] Ciò che è follia di Dio è più saggia degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini». (1ª Lettera ai Corinzi 1:20-24)
Il progetto sorprendente di Dio
Chi crede in Dio non può ignorare che Egli ha concepito e rivelato un disegno sorprendente: offrire a ogni essere umano la possibilità di salvarsi l’anima e vivere per sempre con Lui, oltre i confini di questa vita terrena.
La tappa decisiva di questo piano si è compiuta quando Dio stesso ha scelto di avvicinarsi a noi in carne e ossa. È qui che incontriamo suo Figlio, il Cristo (cioè il Messia), mandato a stabilire il Nuovo Patto. Gesù ha compiuto la sua missione con parole che scuotevano le coscienze, con gesti di guarigione e di misericordia, con una vita senza macchia, fino ad accettare l’ingiusta infamia della croce, pena riservata ai peggiori criminali. Ma la morte non ha avuto l’ultima parola: Egli è risorto ed è tornato al Padre. In Lui riconosciamo l’Agnello che porta i peccati del mondo e il Salvatore che, con la sua vittoria sulla morte, apre per noi la via della speranza e della vita eterna.
Una via fuori da ogni logica umana
Ciò che lascia davvero attoniti è il modo in cui tutto questo si è realizzato, un modo che una mente razionale potrebbe definire “folle”. Dio infatti non ha scelto la via della grandezza umana, ma quella dell’umiltà e della debolezza. Il Figlio è venuto al mondo mentre i suoi genitori erano in viaggio per un censimento, senza che vi fosse un alloggio per accoglierli: è stato perciò sistemato in una mangiatoia, in una stalla probabilmente ricavata nella roccia. È cresciuto a Nazareth, un villaggio dimenticato della Galilea, terra disprezzata dai giudei di Gerusalemme.
Da adulto, pur essendo senza peccato, si è messo in fila con i peccatori per ricevere il battesimo da Giovanni il battezzatore, segnando così l’inizio pubblico della sua missione. Non ha cercato onori né potere, ma si è chinato a servire tutti, soprattutto gli ultimi, i poveri, i malati, i peccatori. Le sue stesse parole lo confermano: «Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Vangelo di Marco 10:45).
Ancora Paolo ci ricorda che Gesù, pur essendo Dio, non si è aggrappato al suo privilegio divino, ma ha svuotato se stesso, assumendo la condizione di servo, facendosi uomo in tutto, fino ad abbassarsi all’obbedienza della croce (Lettera ai Filippesi 2:6-8). Ecco quindi rivelata la “follia” del progetto divino: la gloria nascosta nell’umiltà, la salvezza nata dal sacrificio, la potenza rivelata nella debolezza.
Qual è la risposta? Tutto questo incide davvero nella nostra vita o ci lascia indifferenti?
Viviamo in un tempo in cui secoli di storia e di progresso stanno producendo più diffidenza che stupore di fronte alla potenza dell’Incarnazione. Troppo spesso ci poniamo sullo stesso piano di Dio, convinti della nostra intelligenza e della nostra saggezza: lo interroghiamo, gli muoviamo obiezioni, ma raramente ci fermiamo a contemplare ciò che egli ha compiuto per noi e l’impatto che questo ha sulla nostra vita.
Il Nuovo Testamento ci invita invece a partecipare all’azione di Cristo: ascoltando la sua Parola, obbedendo ai suoi insegnamenti, vivendo il pentimento e il battesimo, iniziando un cammino di vita nuova conforme al suo messaggio e al suo esempio. Se non ci impegniamo su questa via, tutto ciò che Dio ha fatto in Cristo rimane per noi come una medicina rifiutata, pur essendo l’unica che può salvarci.
Il pericolo più grande è che questa notizia sconvolgente — Dio fatto uomo — diventi una narrazione troppo familiare, che ci scivola addosso perché l’abbiamo sentita fin dall’infanzia, e perda così la sua forza e il suo significato più profondo. L’abitudine, infatti, genera indifferenza, e l’indifferenza spegne l’anima: ci ruba il desiderio di conoscere e, con esso, la capacità di agire.
Non lasciamo che la diffidenza o l’indifferenza abbiano l’ultima parola; non addomestichiamo la verità del Vangelo, svuotandola della sua forza e rendendola sterile. Gesù si è fatto servo e si è umiliato fino alla croce per offrirci la più grande opportunità: vivere per sempre alla presenza di Dio, in un mondo nuovo e non più segnato dai limiti di questo. Sta a noi decidere se accogliere con fede questo dono, lasciarci guidare dal suo esempio e permettere che il suo messaggio trasformi davvero la nostra vita. Per questo ci vuole determinazione, coraggio e… un pizzico di follia, ma non la nostra, quella saggia di Dio.
Andrea Miola
Hai domande sui contenuti dell’articolo o vuoi ricevere i nostri aggiornamenti?



